BORGO SAN DALMAZZO, Museo dell'Abbazia e Borgo San Dalmazzo


Da Pedona a Borgo San Dalmazzo

In epoca romana in questo luogo sorgeva un centro molto importante nel controllo del territorio: Pedona. Nato alla confluenza di tre importanti vallate alpine (Vermenagna, Gesso e Stura), l’insediamento fiorì grazie al traffico commerciale con la Gallia. Qui si riscuoteva la quadragèsima galliàrum, una tassa che veniva applicata alle merci in transito; un cippo funerario di un impiegato della stazione doganale ne conferma l’esistenza. Le indagini archeologiche non hanno ancora stabilito l’esatta collocazione del centro abitato, ma hanno scoperto numerose sepolture e reperti di epoca romana. Dal 2005 il Museo dell’Abbazia, allestito nella quattrocentesca villa vescovile alle spalle della chiesa parrocchiale, racconta questo importante capitolo della storia antica del territorio. Il museo espone frammenti lapidei e oggetti di corredo provenienti dalla città e dalla necropoli posta sotto l’attuale chiesa: vasetti, lucerne, sculture e oggetti per l’ornamento e la toeletta databili tra II e III secolo d.C.


Una nuova fede, una nuova abbazia

Nel III secolo d.C. si verificarono una serie di avvenimenti che avrebbero cambiato radicalmente il territorio e la storia della città. Il cristianesimo si diffuse grazie alla predicazione di San Dalmazzo, secondo la tradizione martirizzato insieme ai compagni il 5 dicembre 254 e qui sepolto; la devozione verso il primo evangelizzatore portò alla costruzione di un edificio di culto divenuto poi una grande e potente abbazia. La piccola chiesa fondata nel VI secolo sulla presunta tomba del santo fu sostituita nel VIII secolo da un grande edificio a tre navate, voluto dal re longobardo Ariperto e affidato alla cura dei monaci Benedettini. Dall’abbazia dipendevano oltre cinquanta priorati e cappelle disseminati nella zona delle Alpi Marittime e Cozie, ma anche in Provenza e fino a Pavia. Distrutta e saccheggiata nel X secolo, la chiesa venne privata anche delle reliquie del santo trasferite a Quargnento nel 904 e ritornate solo nel 1174. Bisognerà attendere l’XI secolo per una rinascita: nei primi decenni dopo il Mille la chiesa fu ricostruita in forme romaniche, con tre navate e una piccola cripta per il culto delle reliquie. Un secolo più tardi l’edificio venne ulteriormente ampliato: si aggiunsero altre due navate laterali, si ampliò la cripta, si costruì una nuova facciata a cui fu addossato un atrio per l’accoglienza dei pellegrini. Da questo momento l’antica Pedona è ormai diventata Burgus Sancti Dalmacii, in onore del santo patrono che, ancora oggi, viene festeggiato con una grande fiera il 5 dicembre.


La decorazione della chiesa tra VIII e XII secolo

Tra le varie redazioni della chiesa dedicata a San Dalmazzo, quella di epoca longobarda doveva essere di particolare ricchezza, come testimoniano i ritrovamenti ricomposti nella terza sala del museo: il marmo bardiglio cavato nelle montagne di Valdieri veniva trasportato a valle e lavorato in cantiere. I blocchi decorati venivano poi assemblati ad incastro e fissati da elementi metallici saldati al piombo. I frammenti elegantemente scolpiti con intrecci ed elementi floreali qui esposti appartenevano alla ricca recinzione di epoca longobarda che circondava la tomba del santo e l’altare: era alta quasi tre metri e lunga dieci ed era dotata di aperture per permettere il passaggio dei fedeli e lo svolgimento delle celebrazioni. Altrettanto elegante doveva essere la decorazione della chiesa del XII secolo: era realizzata in stucco bianco e policromo e rivestiva pareti, colonne e capitelli. In questa sala è esposto anche un reperto particolarmente prezioso: un frammento di lastra di copertura di una tomba decorato da una croce con le lettere A (ALFA) e ? (OMEGA). Tra tutti i coperchi questo è l’unico a presentare una decorazione con chiaro riferimento ai principi del Cristianesimo, si ritiene pertanto che appartenesse a una sepoltura particolarmente importante, forse quella di San Dalmazzo stesso.


Gli scavi, la cripta e la cappella delle reliquie

La visita al museo riserva ancora sorprese nella parte più suggestiva: l’area archeologica e la chiesa. Basta scendere pochi gradini per trovarsi nel cuore della storia di questo luogo: attraverso passerelle in metallo e pavimenti vetrati si possono osservare le diverse fasi di costruzione del complesso, dall’abside del VI secolo agli affreschi quattrocenteschi della cosiddetta cappella angioina, fino ad arrivare alla splendida cripta realizzata nel XI secolo e ampliata nel successivo. Si tratta di uno spazio a tre navate collocato sotto l’area del presbiterio, ancora in parte provvisto della decorazione a stucco. Salendo attraverso piccole scale di servizio si giunge infine alla cappella delle reliquie, una sorta di balconata con altare e coro ligneo. Fu fatta costruire nel 1636 dalla Confraternita di San Dalmazzo che qui ancora di riunisce. La ricca decorazione ad affresco, inquadrata in cornici in stucco bianco e dorato, narra le vicende della vita del santo. Qui sono custodite le reliquie più preziose e in particolare il meraviglioso capo reliquiario in argento, realizzato nel 1594 per custodire un frammento del cranio di San Dalmazzo.


Il Memoriale della Deportazione

Parte della storia recente del territorio è raccontata nel toccante Memoriale della Deportazione, realizzato dallo Studio Kuadra nei pressi della stazione ferroviaria. Nel 1943 erano detenuti nel campo di concentramento di Borgo San Dalmazzo 329 ebrei in fuga dalla Francia. Il 21 novembre furono trasferiti alla stazione, ammassati lungo i binari e fatti salire sui vagoni merci. Vennero portati prima al campo di Darcy e poi ad Auschwitz: 311 furono uccisi. L’anno successivo la storia fu ripetuta: 26 ebrei partirono da questa stazione per raggiungere Fòssoli e Auschwitz: solo 2 sopravvissero. Erano uomini, donne e bambini, erano intere famiglie e i loro nomi, le età e le nazioni di provenienza sono oggi impressi nel metallo, in fila a lato del binario, nello stesso luogo dove furono ammassati come prigionieri: le sagome in alzato ricordano chi tornò, le strisce a terra le 335 vittime.


Il Santuario di Monserrato

L’abitato di Borgo San Dalmazzo è dominato e protetto dalla rassicurante presenza del Santuario di Monserrato, luogo molto amato e frequentato. Su questa altura, chiamata nei documenti del Cinquecento “montagna di Santa Croce” erano collocate una grande croce e una cappella, probabilmente affidate alla cura della Confraternita di Santa Croce posta in centro paese. Di fatto, la Madonna di Monserrato viene citata per la prima volta nei documenti nel 1651 e a poco a poco la denominazione di Santa Croce scompare. La collina aspra e boscosa ha probabilmente guadagnato il toponimo di Monserrato per analogia con il territorio catalano ove sorge il monastero benedettino di Montserrat. Già a quest’epoca sono molti pellegrini ed eremiti che salgono alla cappella. Il libro dei conti del 1795 ci parla di una «statua antica», da identificare con la piccola scultura lignea di fine Quattrocento oggi conservata presso il Museo dell’Abbazia. Dopo l’occupazione napoleonica si resero necessari lavori di sistemazione: venne costruito il campanile e la chiesa fu circondata dal portico. La decorazione della chiesa rimanda al culto primitivo di questo luogo, la Santa Croce: la facciata mostra il grande affresco con la Crocifissione. L’interno ad aula unica fu decorato dai pittori Tonello e Agnese di Caraglio tra 1873 e 1874 con affreschi di soggetto mariano, storie dell’Infanzia di Cristo e della vita della Vergine. Ai lati dell’altar maggiore sono dipinte a monocromo le figure di san Dalmazzo e San Benedetto, in riferimento all’abbazia di Pedona.


CREDITS

Regia: Paolo Ansaldi
Post-Produzione: VDEA Produzioni
Traduzioni: Europa 92
Copywriter e ricerca: Laura Marino


FINANZIAMENTI

con il patrocinio e il sostegno dell’A.T.L. del Cuneese
e il contributo della Regione Piemonte


PER SAPERNE DI PIÙ

www.museoabbazia.it
www.santuariodimonserrato.it